Da Mosca a san Pietroburgo in treno

Da Mosca a San Pietroburgo in treno

Da Mosca a San Pietroburgo in treno. Uno degli elementi fondamentali, tra gli innumerevoli fattori da considerare durante l’organizzazione di un viaggio, è sicuramente il mezzo di trasporto che si sceglie per spostarsi da un punto all’altro. Per quanto possa sembrare scontata questa affermazione, la capacità di legare le peculiarità di una terra lontana a un determinato mezzo di trasporto può rendere lo spostamento talmente entusiasmante da essere ancor più eccitante della stessa destinazione. E’ quanto mi è accaduto anni fa, nel lontano 2008 per l’esattezza, in Russia, quando ho percorso la tratta Mosca – San Pietroburgo in treno.

NELL’IMMAGINARIO COLLETTIVO, NON C’E’ NULLA DI PIU’ CARATTERIZZANTE DI UN TRENO CHE CORRE NELLA STEPPA, COSI’, PER SPOSTARMI DA MOSCA A SAN PIETROBURGO MI SONO AFFIDATO AL PIU’ POPOLARE DEI CONVOGLI FERROVIARI.

A distanza di anni da quelle due settimane spese in Russia, il ritratto più autentico di quell’immenso Paese posso sicuramente affermare di averlo trovato tra i sedili del treno notturno diretto a San Pietroburgo. Non solo: per farvi scorrere sulla pelle la sensazione dell’immensità dell’ex gigante sovietico, non perderei l’occasione di fare due passi per Komsomol’skaja a Mosca.

L’impero si svela agli occhi dei viaggiatori attraverso piazza Komsomol a Mosca. Tre stazioni ferroviarie e l’immancabile statua di Lenin a un lato della piazza. Da qui partono le direttrici ferroviarie per tutta la Russia. Un crocevia di musica a tutto volume, gente poco raccomandabile e il sogno della periferia dimenticata nel profondo della steppa.

Per assaggiare la desolante grandezza della Russia, il punto di partenza è questo, che i russi chiamano semplicemente Tre stazioni. Sotto gli occhi vigili di quel Lenin che, imbalsamato nella memoria, vigila sugli spostamenti dei figli della patria, uzbeki, tagiki e ucraini offrono agli avventori il meglio del peggio del kitsch post sovietico. Paccottiglia dell’armata rossa e cappelli di pelliccia sono ormai tesori dimenticati: il business si fa a suon di cd pirata e fiori avvolti nel cellophan. Tre Stazioni è una babele dentro la capitale, non a caso qualsiasi guida turistica ne sconsiglia la frequentazione dopo il tramonto. Come fa notare lo scrittore Martin Cruz Smith, anche la statua di Lenin sembra aver capito che aria tira a Komsomol. Mentre con la mano sinistra si tiene il bavero del cappotto, con la destra si tocca il retro dei pantaloni, come se avesse appena realizzato che il suo portafogli è sparito.

Kazanskaja a sud, Leningradskaja e Jaroslavskaja sul lato nord, sono queste le stazioni di Komsomol. Per i turisti europei in cerca di “avventura”, un buon punto di partenza è Leningradskaja che offre collegamenti giornalieri per San Pietroburgo, un itinerario classico, ma che in treno può diventare più emozionante di quanto non lo sia già. Zaino in spalla e un biglietto per il treno notte da 50$ sono i requisiti fondamentali, il resto lo fa il fascino della gloriosa ferrovia sovietica. Un fascino che non delude. Il treno sembra interminabile, un tubo metallico che ingoia passeggeri silenziosi e ordinati. Difficile, se non impossibile, è trovare turisti nelle carrozze di seconda o terza classe, qui il rigore e la parsimonia sono tipicamente russe.

Da Mosca a san Pietroburgo in treno

Nella penombra delle luci soffuse, ognuno prende posto sui sedili. Non ci sono compartimenti chiusi da porte, ma un continuo susseguirsi di sedili raccolti a sei a sei separati da tavolini. 22, 30 il treno si mette in moto.

Mosca-SanPietroburgo in treno

Il primo pensiero è mettere al sicuro i propri tesori di viaggio: portafogli, denaro e documenti. Ben presto però la preoccupazione cambia. L’aria si fa irrespirabile, un caldo torrido avvolge tutti passeggeri. I finestrini sono piccoli come oblò e non si aprono: basta un’ora di viaggio e nessuno si formalizza se si passeggia per il vagone in mutande e ciabatte. Lentamente i passeggeri iniziano a consumare la loro cena. Sono scene di un mondo che in Italia non esiste più. Una coppietta di sposini rientra dal viaggio di nozze a Mosca, con loro c’è anche la mamma della sposa. È difficile comunicare, tra i sedili nessuno parla inglese. Lui, a torso nudo, affetta i pomodori, mentre la moglie prepara i panini e la suocera apparecchia il tavolino da viaggio con tovaglia e stoviglie. Si tratta di una dignità popolare che Mosca pare aver cancellato bruscamente con le sue auto di lusso e i locali notturni sfarzosi dei magnati del gas. Ci sono anche due ragazze. Una che si isola con una bottiglia di birra nel silenzio del proprio lettore mp3 e una che incuriosita mi osserva prendere appunti sul mio diario di viaggio. Non una parola, basta incrociare i suoi occhi inavvertitamente durante la scrittura, ed ecco che pare scusarsi dell’intromissione arrossendo in un sorriso. Nel vagone vige un tacito assenso e, senza un avviso, tutti iniziano a smontare i sedili per ricavare le cuccette per la notte. Le lenzuola sono fornite dal capotreno in sacchetti. In un men che non si dica il treno si trasforma nel dormitorio di un sommergibile. Più che sulle rotaie attraverso la pianura russa, si può dire di essere stati a bordo del Kursk. Il tempo e lo spazio si fermano, le luci vengono spente e l’unico compagno di viaggio con cui dialogare è il caldo. Come se non bastasse, in testa a ogni vagone c’è un boiler alimentato dal capotreno con fogli di giornale: serve a procurare l’acqua calda per farsi un caffè. Solo un russo può pensare di bere un caffè bollente in questo vagone incandescente. Il capotreno è l’unico che ogni tanto esce dal suo gabbiotto e cammina lungo il corridoio tra piedi a penzoloni e bocche spalancate nel sonno. Chiuso nell’austerità della sua divisa bianca, con tanto di piatta d’ordinanza, finge che il caldo non sia un problema, ma i rivoli di sudore che gli bagnano la fronte parlano chiaro.

Mosca San Pietroburgo

 Alessandro Rondelli Photographer

Nel treno cala il silenzio della notte, ma dormire pare un’impresa impossibile. Le ore sembrano non passare, solo l’ipnosi del paesaggio fuori dall’oblò aiuta a calarsi tra le braccia di Morfeo. Lampeggiano i neon posti lungo la ferrovia e scorrono file infinte di alberi nel buio. Alla fine le palpebre vincono la canicola. 7.15 il capotreno passa a svegliare i passeggeri. In un attimo le brande sono disfate e le lenzuola riconsegnate, si è in prossimità del Baltico, alle porte di San Pietroburgo. È impossibile non sentirsi, almeno per un attimo, parte viva della storia russa. L’ingresso a Leningrado veste il turista dei panni innocenti e sornioni del principe Myškin. Si ha così la percezione di rivivere, almeno per un istante, il primo capitolo dell’Idiota di Dostoevskij. Il treno approda alla stazione Moskovskij e rigurgita sulla banchina avvolta dalla nebbia il proprio carico. I passeggeri sono stati masticati dalle lamiere del treno e ora, storditi dalle 8 ore di viaggio, restano per un attimo basiti sotto la volta della stazione affrescata con le imprese degli eroi della rivoluzione.

Ancora pochi minuti in stazione e si è pronti per un nuovo viaggio in metropolitana per avventurarsi tra le vie della capitale zarista. Alle spalle si è lasciato il cuore pulsante dell’impero sovietico, con la sua retorica di regime e il suo treno, mentre davanti agli occhi splendono i palazzi settecenteschi che si specchiano nelle acque della Neva.

Francesco Cremonesi

Prendi un giornalista con la passione per i motori, la letteratura e i grandi viaggi; prestalo al marketing di una multinazionale dell’auto e agita bene. Servire preferibilmente ghiacciato.

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