Fondazione Pangea Onlus

Afghanistan: Fondazione Pangea Onlus e il coraggio delle donne di Kabul

Afghanistan. Tra montagne e deserti questa antica terra ospita città ricche d’arte, caratterizzate da contaminazioni culturali delle più nobili popolazioni. Kabul “crocevia dell’Asia centrale” è la capitale e vi conquisterà con le sue strade suggestive, i colorati bazar ed un cielo costellato di allegri acquiloni.

I mesi migliori per visitare l’Afghanistan sono aprile, maggio e ottobre: il paese ha, infatti, un clima arido d’estate e rigido d’inverno. Il nostro Diario di Viaggio in Afghanistan vi porterà da Kabul alla scoperta di Kandhara, antica capitale e culla della cultura Pashtun ed a Herat, un tempo oasi di pace caratterizzata dall’antica cittadella di inestimabile valore culturale, che vanta edifici di Carlo Magno. Visiterete il Lago di Bad-E-Amir, i ruderi di Shahr- e- Gholghola, per finire con i minareti ed i resti archeologici di Jam e la Valle di Bamiyan con i suoi Buddha, due siti inseriti dall’UNESCO tra i patrimoni mondiali dell’umanità.

Valle di Bamiyan Buddha

Questo è quello che ci piacerebbe potervi raccontare dell’Afghanistan, un paese che racchiude in sè un eccezionale patrimonio artistico e culturale, ma che è altresì martoriato da 30 anni di guerra incessante.

Di Afghanistan si sente sempre parlare in TV, ma spesso rimane una terra sconosciuta ai più. Ecco allora, in breve, alcune informazioni per farvi capire di cosa stiamo parlando.

Il Paese confina a ovest con l’Iran, a sud e a est con il Pakistan, a nord con il Turkmenistan, l’Uzbekistan e il Tagikistan e con la Cina nella regione più a est della nazione, attraverso il corridoio del Vacan. E’ stato invaso nei secoli dagli Indoariani, i Medi, i Persiani, i Greci, i Maurya, l’Impero Kusana, gli Unni bianchi, i Sasanidi, gli Arabi, i Mongoli, i Turchi, i Britannici, i Sovietici e più recentemente gli Stati Uniti, a seguito dell’attacco alle Twin Towers dell’11 Settembre 2001 rivendicato dal regime dei Talebani. Attualmente chiamato Repubblica Islamica dell’Afghanistan il territorio vede “convivere” sul proprio suolo pashtun, tagiki, hazara, uzbechi, aimak, turkmeni, baluchi e altre etnie minoritarie tra cui nomadi Kuchi. Le lingue ufficiali del paese sono il pashtu e il dari e le religioni principali quella musulmana e sunnita.

Ora vi domanderete, perchè tutto questo preambolo sull’Afghanistan?

 

Perchè c’è chi, nonostante l’alert della Farnesina che recita “Si sconsigliano vivamente viaggi a qualsiasi titolo in Afghanistan, in considerazione della gravità della situazione di sicurezza interna nel Paese, dell’elevato rischio di sequestri ed attentati a danno di stranieri in tutto il territorio nazionale, compresa Kabul e del ripetersi di gravi attentati in tutti i principali centri urbani ed anche nel centro della capitalea Kabul va comunque da oltre 10 anni per aiutare le donne e dalla loro rinascita emotiva, intellettuale, culturale, economica e sociale portare la Pace.

Il suo nome è Fondazione Pangea Onlus, organizzazione senza scopo di lucro italiana del tutto laica, apolitica e apartitica, che da 15 anni contrasta la discriminazione che nasce da stereotipi di genere, da tradizioni inique, da situazioni politiche e sociali instabili, si oppone alla violenza e all’oppressione, ripristina i Diritti Umani e lo fa partendo dalle donne. Attualmente Pangea è impegnata in Afghanistan, India e Italia (sì, avete capito bene, c’è bisogno di Pangea anche nel Bel Paese!!).

Luca Lo Presti è il fondatore di Fondazione Pangea Onlus, anche se lo sentirete sempre ripetere che #SiamoTuttiPangea e che Pangea esiste grazie al contributo di tutti quelli che decidono di farne parte. Se avrete occasione di parlare con Luca scoprirete, tra le parole, un uomo che ha visto e vissuto tanto, tutt’altro che Santo nell’accezione del termine. Una persona dalla palpabile umanità, che non usa mezzi termini, che non riesce a non prendersela a cuore e a non dire qualche parolaccia, che ogni volta che vede un oggetto di lusso in una vetrina o le spese di Stato relative agli armamenti, pensa che con quei soldi ci potrebbe mantenere moltissimi bambini per mesi, a volte anni. Luca racconta in tono colloquiale cose che tolgono il respiro e fanno venire la pelle d’oca (letteralmente) e dopo averti gettato nell’orrore che donne e bambini vivono ogni giorno, ti salva con una speranza e con i risultati ottenuti da Pangea. Traguardi che di primo acchito potrebbero sembrare piccoli paragonati all’impegno profuso, ma sono cambiamenti che fanno tutta la differenza del mondo.
Luca è la persona che in Aprile 2017 si aggirava per Kabul con questo sorriso qui:

Perchè vi parliamo di Fondazione Pangea Onlus in un sito di viaggi?

Perchè cosmopolita è “chi non restringe i propri affetti e i propri interessi alla nazione dov’è nato, ma li estende alle altre nazioni e agli altri popoli.”

Abbiamo intervistato Luca Lo Presti per capire meglio l’attuale situazione in Afghanistan:

Come hai trovato l’Afghanistan nel tuo ultimo viaggio a Kabul?
L’Afghanistan è un paese che amo e ogni volta tornarci è per me un’emozione e una scoperta di cambiamento. Quest’ultima volta più che mai contraddittoria la mia risposta: nell’aria un vento fresco di speranza. Ho incontrato tanti ragazzi che rientrano nel loro paese dall’Europa sentendo una appartenenza dettata dal sangue. Ragazze che decidono di iscriversi all’università a Kabul anziché a Parigi e si sono trasferite da sole. Giovani che si connettono sui social e hanno costruito i loro locali di ritrovo con spirito occidentale, ma senza tralasciare la tradizione. La volontà del cambiamento, il desiderio di opporsi ad un conflitto che non li riguarda. La loro battaglia pacifica fatta di graffiti raffiguranti cuori sui muri grigi della capitale blindata.
Nel contempo la situazione nel paese è precipitata. La vita è difficile per gli afghani, il lavoro manca e il terrorismo incalza. Ogni giorno persone muoiono a causa di una o due esplosioni. Nei quartieri poveri le persone non escono la sera col timore di essere rapite per pochi soldi di riscatto e il mercato dei trafficanti è sempre più fiorente.
In questo contesto Fondazione Pangea Onlus è sempre più utile per riuscire ad unire quei ragazzi alla popolazione locale. Per chiudere un divario che potrebbe divenire sempre più evidente. Avvicinare quei giovani alle donne del nostro progetto. Far disegnare loro graffiti nelle nostre strutture. Portarli a conoscere la realtà del paese nel quale tornano, affinché lo affrontino con consapevolezza e, nel contempo, avvicinare le persone dei quartieri a questa ventata d’aria fresca perché ne restino contaminate.

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Perché Fondazione Pangea Onlus si è concentrata su quest’area del mondo?
Perché è capitato così. Perché per mille motivi sia io che Simona Lanzoni (vice presidente della Fondazione) eravamo già attivi per i diritti delle donne in Afghanistan. Perché non esistono italiani, indiani o afghani ma solo esseri umani e se una persona ti chiede aiuto tu hai due vie: rifiutare o accettare di accogliere la mano tesa e questo è quanto è accaduto.

Qual è l’attuale situazione che vivono le donne afghane?
L’Afghanistan è stato definito il posto peggiore al mondo per essere una donna. I dati più recenti sono a dir poco sconfortanti:

  • l’85% delle donne è senza istruzione e la metà si sposa prima dei sedici anni
  • ogni due ore una donna muore nel paese dando alla luce un figlio
  • i casi di violenza sono cresciuti del 25% nell’ultimo anno
  • l’anno scorso 120 donne hanno scleto il suicidio dandosi fuoco

Inoltre le donne vengono picchiate, violentate e uccise. A Kabul ci sono 40.000 vedove che sono limitate nell’accesso all’occupazione.

Nel Marzo 2009 e stata approvata dal parlamento dell’Afghanistan una nuova legge che regola le relazioni tra uomini e donne, il divorzio e diritti di proprietà. La legge è fortemente criticata dai gruppi per i Diritti Umani e dai Paesi occidentali perché legalizza lo stupro coniugale. Questa legge dice che:

  • le donne non possono lasciare le loro case senza il consenso e permesso dei mariti
  • un marito può fare sesso con la moglie ogni volta che vuole e un minimo di quattro volte a settimana
  • un uomo ha diritto di chiedere il divorzio, una donna no

Nel contempo la forza e la determinazione delle donne afghane fa si che abbiano voglia di lottare per i loro diritti e grazie all’intervento di Fondazione Pangea Onlus tantissimo sta cambiando.

Dal 2003 Pangea porta avanti il Progetto Jamila nell’area urbana di Kabul. Ci racconti di cosa si tratta e quali sono i risultati ad oggi?
Analizzata la situazione delle donne in Afghanistan, Fondazione Pangea Onlus ha sviluppato un programma pensando a come poter inserirsi nella visione e la concezione discriminante e retrograda del ruolo della donna nella società afghana. Ruolo che ribaltiamo facendo delle donne un perno dello sviluppo e del benessere all’interno della propria famiglia e quindi della comunità in cui vivono, a partire dall’economia per poi arrivare ai diritti e al benessere dell’individuo. Interrompere il percorso di sviluppo delle donne vuol dire, infatti, condannare la società afghana a stagnare nella guerra.
Operiamo in Afghanistan dal 2003, con il Progetto Jamila, nell’area urbana di Kabul, in diversi quartieri di periferia dove abbiamo attivato un circuito di microcredito, integrato con altri servizi di tipo educativo e sociale. Ci rivolgiamo a donne estremamente povere, per la maggioranza analfabete e con problemi familiari (vedove, orfane con handicap, con famiglie estremamente numerose, con mariti malati…), ma fortemente motivate nel voler contribuire alla loro vita e a quella del loro nucleo familiare, avviando un’attività di microimprenditoria familiare o individuale.
A queste donne viene data l’opportunità di accedere ad un microcredito che può variare da un minimo di 120€ a un massimo di 500€, da restituire nell’arco di un anno, per l’avvio di un’attività generatrice di reddito e di seguire un programma formativo articolato in corsi di alfabetizzazione, aritmetica, diritti umani, igiene e salute riproduttiva.
Dal 2008 il Progetto Jamila permette alle donne che hanno seri problemi di salute di usufruire gratuitamente di visite mediche specializzate e se incinte di accompagnamento ad una maternità sicura.
Quasi 10.000 donne hanno raggiunto grandi soddisfazioni nella vita di tutti i giorni attraverso questo programma, miglirando lo standard di vita proprio e della propria famiglia. Le donne diventano un esempio ed un orgoglio per l’intera famiglia e le vicine di casa. Sanno scrivere e far di conto, la violenza familiare diminuisce e aumenta la stima in se stesse: sorridono e iniziano a pensare al futuro, risparmiano e seminano pace.

Come può il Teatro aiutare le donne nella loro vita quotidiana?
Le donne che frequentano i centri di Fondazione Pangea Onlus hanno creato un breve spettacolo teatrale per rappresentare i problemi che vivono tutte, in quanto donne, nelle loro quotidianità. Le donne del pubblico vengono invitate ad intervenire sulla scena e sostituirsi a uno dei personaggi, per cercare di gestire il problema e cambiare la situazione, affrontando il padre-padrone o il marito violento. Ognuna propone e sperimenta una strategia e tutte insieme, alla fine, scelgono le soluzioni che si sono rivelate più adatte ed efficaci. Il teatro parla a donne di tutte le età, in un linguaggio semplice ed immediato, nelle quali tutte in qualche modo si identificano. Condannate per anni a restare chiuse in casa, nelle loro famiglie, il teatro offre un’occasione importante per poter condividere emozioni, problemi e scoprire che la propria storia è la storia di tante altre donne. Dall’io si passa al noi, si crea solidarietà e una nuova forza nell’affrontare le difficoltà. Tutto questo in modo piacevole e divertente, che le aiuta a ritrovare la serenità e a combattere la depressione di cui tante soffrono. Ogni confronto con le altre è una luce che si accende, una speranza che si rigenera.
Nei centri donna a Kabul, di fronte ai problemi messi in scena, c’è tanta rabbia da parte delle donne che partecipano allo spettacolo. Ed è proprio questa rabbia che vogliamo raccogliere e trasformare. I loro volti raccontano di una gran voglia di porre fine alle tante violenze, di cambiare una situazione inaccettabile e di vedere una nuova società, più equa e rispettosa nei confronti delle donne.

Perché Pangea ha scelto di affiancare il Progetto giovani sordomuti?
In un quartiere periferico di Kabul, Arzan Quemat, c’è una scuola di 596 alunni, tra bambini e adolescenti, sia femmine sia maschi, e tutti sono affetti da un particolare handicap: sono o sordi o sordomuti. Provengono da diversi quartieri di Kabul, e questa scuola è un luogo speciale, perché questa popolazione bambina, che vive una vulnerabilità così specifica, viene tolta ad un destino di ignoranza, abbrutimento e soprusi che crescendo con l’età li aspetta. Sarebbero, infatti, completamente emarginati, destinati ad una solitudine mortale e ad una violenza familiare e sociale insostenibile.
Fondazione Pangea Onlus sviluppa il progetto con nuovi strumenti, nuove sensibilità, nuovi obiettivi, aprendo le porte all’ormai decennale progetto di microcredito.
Le attività necessarie che sosteniamo, sapendo che il bisogno è reale e l’onestà pure, sono:

  • assicurare la frequenza alla scuola a persone altrimenti prive di possibilità reali
  • far crescere i più piccoli in un ambiente protetto e gradevole
  • dare la possibilità ai più grandi di imparare una professione
  • innestare un circolo virtuoso in un luogo “caldo” del pianeta contribuendo a renderlo migliore

Troppo poco si parla di “bacha posh” e “bacha bazi”. Quanto è realmente estesa questa pratica e che impatto ha sulle nuove generazioni?
Bambini travestiti da femminucce e bambine costrette ad atteggiarsi da maschietti. Minori venduti ad adulti che, avendoli di fatto comprati, ne decidono anche l’identità. Il tutto con il tacito assenso della comunità, in nome di una tradizione secolare assurda, ma socialmente accettata. È quanto accade in Afghanistan, dove i più piccoli hanno un prezzo e diventano vittime di tratta e di pratiche atroci: abusi di cui si parla poco, perché ancora oggi rappresentano un tabù.
I maschi prendono il nome di “bacha-bazi”, “bambini per gioco”, perché vengono obbligati a indossare abiti femminili e a essere sfruttati sessualmente da uomini molto più grandi di loro. Il calvario inizia da adolescenti, quando vengono adescati per strada, rapiti o prelevati dalle proprie famiglie da parte di gente ricca e potente, disposta a comprarli e a mantenerli economicamente. Solo per soddisfare i propri morbosi desideri. Da quel momento, il bambino diventa a tutti gli effetti una proprietà di chi lo ha acquistato e viene costretto a cambiare identità. Vestito da donna, “decorato” da campanelli ai polsi e alle caviglie, truccato con un po’ di make-up al viso, deve imparare a cantare e ballare. E alla fine della danza viene violentato dai suoi “proprietari”. I quali portano avanti questa assurda tradizione sfruttando le condizioni di povertà in cui vivono le famiglie di questi ragazzini. Presso la loro comunità sono troppo potenti e influenti e sanno che i genitori dei bambini non avrebbero mai il coraggio di opporsi, rifiutare e denunciare la loro pretesa di impadronirsi dei loro figli.
I bambini stessi, una volta divenuti maggiorenni e liberati, non se la sentono di denunciare i loro aguzzini. Sanno bene che, se lo facessero, verrebbero accusati – loro! – di omosessualità. In compenso, porteranno con sé per tutta la vita i traumi di quell’esperienza. Una condizione di sottomissione che unisce prostituzione e pedofilia segna i ragazzi per sempre. A nulla serve che la vicinanza a uomini di potere elevi lo status sociale dei bambini, se poi questi vengono identificati come “proprietà” di quegli stessi uomini e quindi resi vulnerabili.
Una sorte simile tocca a migliaia di bambine afghane, le “bacha-posh”: ragazzine vestite e trattate a tutti gli effetti come dei ragazzi. Per le madri, in alcune zone del Paese, non avere partorito figli maschi è considerato ancora un disonore. Per questo, tra le tante figlie femmine, i genitori ne scelgono una destinata a diventare “il maschio di casa”. Le tagliano i capelli, le mettono i pantaloni, le vengono concessi tutti i diritti e i privilegi di cui godono solo gli uomini, come studiare e lavorare. Ma di fatto perde la sua identità e il diritto di sviluppare la sua personalità.
Tutto questo finché non arrivano in età da marito. A quel punto, in una notte, le ragazze vengono svestite dei loro abiti maschili e tornano donne. Che, in alcune zone dell’Afghanistan, vuol dire perdere diritti, libertà, privilegi. Devono subire un altro cambiamento e di lì a poco finiscono per sposare un uomo che non hanno scelto.
Davanti a tutto questo la legge del Paese resta inerme. Nonostante l’ordinamento giudiziario afghano non ammetta queste pratiche, in quanto contrarie alle norme della convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. Ma davanti allo strapotere di alcuni soggetti, le autorità locali chiudono spesso entrambi gli occhi.

Spesso i numeri aiutano a farsi un’idea di ciò che non si conosce. Quanto costa il mantenimento di 1 bambino al giorno in Afghanistan?
Per uno dei nostri bambini del centro sordomuti un pasto costa 10 centesimi di euro. Una somma che scritta su un budget sembra minima: 10 centesimi per salvare la vita di un bambino ti dici, li troverò sicuramente. Rientrato in Italia, purtroppo, non è così.

Cosa ha permesso a Fondazione Pangea Onlus di poter operare a Kabul durante tutti questi anni?
La grande determinazione di riuscire a dar voce ad una popolazione afflitta da guerre subite e non volute. La volontà di riuscire a dare una speranza a donne, bambini e uomini che ci chiedono aiuto e diventano sorelle, figli e fratelli. La consapevolezza che ogni essere umano è degno di essere considerato tale. Il grande sforzo dei nostri donatori che credono che un mondo in pace sia possibile.

Quali sono le difficoltà che vi trovate ad affrontare quotidianamente?
La grande fortuna che abbiamo è quella di condividere l’obiettivo con lo staff locale, che crede fortemente nell’efficacia del nostro lavoro e rende tutto semplice. Certo la vita è dura e ogni giorno occorre alzarsi con la determinazione di riuscire nell’intento senza aver timore degli attentati o degli integralisti, che sono sempre pronti ad osteggiare il nostro lavoro. Oggi le donne che vengono ai centri sono sempre di più e chiedono a gran voce di essere accolte, ascoltate ed accompagnate. Hanno inteso il valore del progetto e abbiamo liste d’attesa lunghissime di donne che desiderano far parte del programma. La difficoltà che abbiamo? Dover dire loro di no per mancanza di fondi!

Chi è Laila?
Laila è la prima beneficiaria di Pangea. Trovata in una situazione terribile: come casa un telo, due muri e un fuoco. Tre bambini piccoli e una risposta alla domanda se volesse entrare nel programma di Fondazione Pangea Onlus, che ha squarciato il mio cuore:

Cosa rischio, che mi picchino? Che mi stuprino? Che mi uccidano? Io sono già morta e oggi mi si da un’ occasione per tornare a vivere.

 

Dopo aver frequentato i corsi di alfabetizzazione, di aritmetica e di diritti umani. Dopo aver avuto accesso alle cure sanitarie per se ed i suoi figli. Dopo aver potuto avere un prestito e attivare la sua attività, ha mandato a scuola i suoi figli e ha comprato casa. Da qualche anno è una delle responsabili del Progetto Jamila e si può dire che è una bancaria. Laila è il simbolo. Laila è la vita che va oltre la morte. Laila è la donna che ha cancellato la parola impossibile dal mio dizionario. Laila è lo stupore che si apre davanti al suo giardino dove ha piantato le rose con tanto desiderio di bellezza.

Se ti diciamo MOAB (Mother of all Bombs) a cosa pensi?
Penso che quando è caduta quella maledetta bomba ero a Kabul e vedevo le madri che addormentavano le loro bambine. Dormivo di fianco a loro e il mio cuore era triste: abbiamo sempre armi per distruggere e mai la volontà di creare futuro e pace. Questa enorme bomba ha ucciso tantissime persone malgrado lo si neghi e la morte porta odio e altra morte, non pace. Solo l’amore somma e va oltre il tempo. Pangea è in questo Paese per dimostrare che la via è percorribile e per farlo non occorrono 15 maledetti milioni di dollari, tanto quanto è costata quella bomba, ma 10 centesimi per far mangiare un bambino.

E si ti diciamo Kabul?
Kabul è la polvere, gli aquiloni e gli sguardi intensi. Kabul sono le luci flebili sulle colline la notte. Kabul è il confine tra reale e surreale, il luogo dove tutto è possibile, dove uomini orribili rapiscono bambini per vendere i loro organi. Trafficano armi e la banca del nero è sul fiume nella zona centrale. Montagne di banconote ammucchiate a terra con a guardia uomini armati. Kabul è il luogo dove nascere donna è terribile e dove il tasso di mortalità dei bambini è il più alto al mondo. Kabul è il luogo dove gli uomini ti abbracciano forte e ti guardano negli occhi. Ti aspettano sull’uscio col pane caldo in mano. Kabul sono le donne e il loro coraggio, il fruscio dei burqua e lo schiamazzo dei bambini. Kabul sono le auto bomba e i satelliti spia. Kabul è tutto questo ed è il luogo dove mi piacerebbe passare i miei ultimi anni di vita perché è la quint’essenza della vita.

Qual è il preciso instate in cui hai deciso di diventare parte attiva in un cambiamento verso la pace?
La vita è un viaggio e il viaggiatore non ne definisce la meta. Ogni passo si somma e segna il cammino. Non ci si guarda indietro ma sempre avanti. Non esiste il momento del cambiamento, tutto è in divenire.

Luca, perchè le donne?
Perché le donne sono il motore del mondo. Una donna moltiplica la vita sui suoi figli e la famiglia intera. Perché una donna è certezza di futuro. Fondazione Pangea Onlus in 15 anni di attività ha erogato 65.000 prestiti col 2% di tasso di insolvenza, direi che questa è la risposta pratica alla domanda. Nel contempo c’è anche la via empatica e analizzando le violazioni dei Diritti Umani ci si accorge che i diritti delle donne sono violati ovunque e questo non è giusto! Adoperarsi affinché tutto ciò abbia fine è un dovere.

Qual è il prossimo obiettivo di Fondazione Pangea Onlus?
Il nostro obiettivo costante, anche se sembra gretto, è quello di riuscire a sensibilizzare sempre più persone affinché si possano reperire fondi per i nostri progetti. Più siamo più facciamo, questo il mio motto! Con i fondi possiamo moltiplicare l’aiuto che portiamo dove oggi siamo: Italia, India e Afghanistan. Mai l’ambizione di aumentare le bandierine sul mappamondo, ma la forte determinazione di dimostrare che il nostro modello di lavoro porta pace duratura. L’obiettivo andrà oltre il nostro tempo, ma se verrà perseguito da chi dopo di noi verrà prima o poi la pace ci sarà.

Secondo te viaggiare può rappresentare un cammino verso la consapevolezza e la pace?
Come dicevo prima la vita è un viaggio. Se riusciamo ad ampliare le nostre vedute allora avremo la visione. Il viaggio fisico aiuta, ma a volte non basta: il viaggio dev’essere interiore, deve esserci in noi il desiderio di scoprire il mondo, di conoscerne gli odori e i sapori. Di incontrare gli sguardi e condividere fatica e abbracci. Di parlare, ascoltare, ridere, piangere e amare. Questo è il viaggio che aiuta la consapevolezza. Lo si può fare ogni giorno, da che ci si alza a che ci si corica, ovunque noi siamo, ricordandoci di essere unici ma facenti parte del tutto.

Pangea è il mio viaggio e il viaggio di chiunque desideri amare e condividere

 

Se volete diventare parte attiva di #SiamoTuttiPangea potete trovare a questo link le informazioni utili 🙂

 

Roberta Ferrazzi

Benvenuto in LeCosmopolite.it!
Dopo diversi viaggi in solitaria (che poi solitaria non è mai) per il mondo, mi sono resa conto che raramente incontravo ragazze/i italiane/i in viaggio da soli. Molte persone dalla Francia, Inghilterra, Canada e USA, ma raramente connazionali. Così Laura ed io abbiamo deciso di fondare LeCosmopolite.it un magazine che racconta quanto è bello scoprire questo nostro mondo, anche in solitaria.
Quando non sono in viaggio mi occupo del magazine online ILoveZonaTortona.com che ho creato nel 2009 e di consulenza in comunicazione con Shake your S, aiutando le aziende a migliorare la loro immagine online e offline.

http://www.shakeyour-s.com

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