Cosa vedere a San Francisco

Cosa vedere a San Francisco: l’antica biblioteca Mechanics’ Institute Library

San Francisco non è più quella di una volta. Lo dicono tutti. Chi ci abita da vent’anni o chi la conosce dai racconti sulla Beat Generation e l’LSD. Lo dice anche una mia amica che è passata di lì l’ultima estate in cui il Burning Man era una festa organizzata sulla spiaggia. Dicono sia a causa dei soldi delle avveniristiche compagnie hi-tech. Però a me, che abito a Milano, non era ancora capitato di tuffarmi di mattina nell’oceano a 11 gradi con temerari uomini di mezza età e un leone marino a pochi metri. È successo al Dolphin Club, che si trova accanto all’Hyde Street Pier e dove all’orizzonte vedi Alcatraz e il Golden Gate Bridge. Nemmeno mi era capitato di ritrovarmi su un palco a girare attorno ad una danzatrice di burlesque sulle note di “Don’t You Want Me” degli Human League o a pattinare su quelle di Giorgio Moroder e Bruno Mars in una chiesa sconsacrata all’angolo tra Fell Street e Fillmore, la Church of 8 Wheels.

Cosa vedere a San Francisco

Mechanics’ Institute Library

In (quasi) tutto il mondo puoi ingannare l’attesa mentre ti servono una birra al bancone di un bar chiacchierando con chi ti è a fianco, però non credo che ci siano molte altre città dove è così facile ritrovarsi accanto a un tipo come Ralph Lewin: timbro basso, ciuffo grigio e sorriso californiano. È il direttore del Mechanics’ Institute Library, la più antica biblioteca pubblica della West Coast. Abita con la famiglia nella contea di Marin, subito al di là dello stretto. Tutte le mattine i figli attraversano la strada e arrivano a scuola. Lui prende un traghetto ed è al Ferry Building. Gli racconto che sono a San Francisco nella speranza di conoscere un po’ di più gli autori californiani emergenti. Lui mi dice che devo assolutamente andare a trovarlo al lavoro: “È un posto in cui molti vengono a scrivere. Se ti va ti farò fare un giro degli uffici”.

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Ralp ha una giornata fitta di appuntamenti, ma prima di mezzogiorno ha mezz’oretta libera. Lo raggiungo poco distante dalla Transamerica Pyramid, in piena downtown – strano modo in cui gli americani si riferiscono al centro. Mi racconta che l’istituto è nato al termine della Febbre dell’oro, quando gli uomini e le donne arrivati a San Francisco da ogni parte del mondo non avevano più nulla da fare. La disoccupazione era salita al 70% e la violenza si era diffusa ovunque. Chi aveva raccolto un po’ di soldi voleva però incoraggiare le persone a istruire se stesse e a costruire una città migliore. Raccolsero qualche libro e allestirono una sala scacchi. Speravano inoltre di poter presto inaugurare anche un istituto professionale. Iniziarono i primi incontri e moltissimi cittadini cominciarono a recarsi in quel luogo per le conferenze di Mary Ellen Pleasant, una sorta di Rosa Parks antelitteram che aveva denunciato la città per non permettere ai neri di sedersi nei cable car, i caratteristici tram della vecchia San Francisco.

L’edificio in cui il Mechanics’ Institute Library ha oggi la propria sede si trova al 57 di Post Street ed è stato realizzato da Albert Pissis, il primo architetto californiano ad aver studiato alla École des beaux-arts di Parigi. Quello precedente era stato distrutto dal rogo divampato in seguito alla catastrofe del 1906. Ralph è naturalmente orgoglioso di lavorare in uno degli edifici più belli della città, ma si entusiasma molto di più quando mi racconta che questo architetto era un immigrato messicano arrivato in città a sei anni, chiaro segnale di quanto questo luogo sia stato aperto a tutti fin dalla nascita: uomini, donne, neri e bianchi. Nessuna discriminazione.

San Francisco era giovane, ma la fede nell’istruzione come mezzo per migliorare l’avvenire della società era già allo base dello spirito che si respirava nell’aria. Il Mechanics’ era un luogo che stimolava gli abitanti ad essere imprenditori. Organizzavano grandi fiere in cui tutti potevano presentare le propria attività: tra le fotografie appese lungo il corridoio ci sono quelle di una forma di formaggio enorme – “dal peso pari a una tonnellata”, precisa Ralph – di una casa fatta di sapone oppure della riproduzione alta nove metri delle cascate del Niagara, con però il vino rosso proveniente dalle vigne di Napa e Sonoma al posto dell’acqua.

Dietro la porta d’ingresso della sala scacchi c’è una foto di Schwarzenegger sorridente, scattata all’epoca di quando era il governatore della California. Ralph mi racconta che qui, di martedì sera, i ragazzini di dieci anni giocano con gli ottantenni e i poveri con i CEO delle compagnie tecnologiche. Una comunità di persone onestamente democratica, che quando hanno saputo che il campione olimpionico William Lombardy era caduto in disgrazia, si sono organizzate per trovargli un alloggio e accompagnarlo nei club di scacchi, dove finalmente tornava ad essere trattato come un re.
Lungo un corridoio Ralph poi mi presenta Oscar Villalon, che scopro essere il managing editor di “ZYZZYVA”, una rivista letteraria di prim’ordine che ha la propria sede qui al Mechanics’.

Oscar Villalon ZYZZYVA

Chiacchieriamo degli italiani Umberto Eco e Oriana Fallaci, e poi di un gruppo di giovani scrittori americani che si sono conosciuti all’Università di Stanford, tra cui R.O. Kwon, Reese, il cui primo romanzo The Incendiaries uscirà a luglio per Riverhead Books. È felice di raccontarmi che finalmente anche il “New York Times” ha iniziato ad affidare spazi anche ai romanzieri: gli scrittori aiutano i lettori a legare i punti, a capire il significato di una storia, a farci intuire cosa gli altri pensino della nostra società, quali siano i nostri valori e cosa cerchiamo di farne con essi.

“Hai fatto bene a venire a San Francisco adesso”, mi dice. “Non abbiamo idea della direzione in cui stiamo andando, ma proprio per questo è un periodo interessante”, continua Ralph.

 

Un tempo la California era la stella dell’istruzione nazionale. Oggi tutto è più complicato, ma è proprio quel valore dato alla cultura ad aver creato il California Dream. Ralph è riuscito a fare in modo che l’istituto da lui diretto sia ancora un posto dove la cultura è al sicuro, con leggerezza.

Emperor Norton

Il più carismatico – e di sicuro il più strambo – tra i soci della storia del Mechanics’ è l’Imperatore Norton, di cui la sera nelle stanze della biblioteca ci sarà la festa per il duecentesimo compleanno: un imprenditore autoproclamatosi imperatore degli Stati Uniti d’America e protettore del Messico.

San Francisco Emperor Norton celebration

Il suo proclama fu pubblicato sulle pagine del “San Francisco Bullettin” a mo’ di satira, ma i lettori cominciarono ben presto a rivolgersi a lui usando il titolo nobiliare. Come risposta, Norton indossò un’uniforme blu con decorazioni dorate e un bastone appoggiato al fianco come una sciabola. Mark Twain si è ispirato a lui per il personaggio del re nelle Avventure di Huckleberry Finn. Robert Louis Stevenson l’ha citato nel romanzo Il saccheggiatore di relitti.
Prima di andare al ricevimento – dove tra un centinaio di invitati in perfetto costume vittoriano sono presenti ben due cosplay dell’Imperatore ufficiali – io sono riuscito a recuperare qualche accessorio con il risultato di assomigliare più ad un alpino con innesti garibaldini che ad un californiano del XIX secolo.

Ralph, in bombetta nera e frac grigio, è elegantissimo, così come lo sono le addette alla biblioteca che servono assenzio tra le colonne di libri vestite in abiti a crinolina.

È questo che succede a San Francisco. Il tempo e i gruppi sociali tornano ad essere elastici. Le start-up ne stravolgono lo spirito per costruire il futuro, ma gente di ogni ceto continua a radunarsi per gioire con sfrontatezza delle pazzie di qualche weirdo che ha reso – e rende – le vite più felici. I ricordi le rendono reali, seppur non presenti, e nelle nostre memorie noi torniamo a essere leggeri.
Forse è vero che San Francisco non è più quella di una volta. Ma, in fondo, chi di noi lo è?

Enrico Rotelli

Enrico Rotelli
collabora alle pagine culturali del "Corriere della Sera", in particolare al supplemento "La Lettura" con interviste ad autori americani. È inoltre il curatore di numerosi volumi tra cui ricordiamo: Fernanda Pivano "Diari 1917-1973" (2008); Fabrizio De André "Dentro Faber" (2011), Valentina Cortese "Quanti sono i domani passati" (2012), Carla Fracci "Passo dopo passo" (2013), Paola Turci "Mi amerò lo stesso" (2014) e Gillo Dorfles "Paesaggi e personaggi" (2017).

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